Valdarno armonia senza tempo

L’ultima bellezza


Luca Canonici, muovendosi sapientemente fra il genere d’architettura e di paesaggio, è artefice di una fotografia di scenari teatrali, fondali di un’opera il cui inizio è atteso, in sospensione. Gran parte delle sue immagini, del molto lavoro prodotto oltre lo specifico di questa selezione sul Valdarno, può corrispondere a questa verifica di lettura.
La rappresentazione sembra riprendere uno schema ispirato agli esercizi di Loyola: «Il primo preambolo è la composizione visiva del luogo[…]la composizione consisterà nel vedere con la vista dell’ immaginazione il luogo fisico dove si trova la cosa che voglio contemplare»1.
L’autore compone una messa in scena senza attori, meditando unicamente sui luoghi, sul costruito. Il silenzio nelle sue immagini è questa mancanza, l’attesa del momento giusto appena vuoto di presenze. Così facendo sembra presagire un evento, nonostante l’apparente contrasto per ciò che si vede al primo sguardo di non accadimento, rispetto alla logica Bressoniana dell’istante decisivo.
Alcuni anni fa è stata ampiamente divulgata una ricerca della rivista New Scientist che ipotizza cosa accadrebbe al nostro pianeta nel caso l’umanità sparisse improvvisamente. Pare che, la natura, riconquisterebbe la terra in poco tempo a dimostrare che tutte le nostre opere sono effimere. Di questa provvisorietà, Canonici sembra consapevole se, per scelta, per concentrarsi sulla composizione delle sue immagini esclude, si diceva, i protagonisti del nostro abitato quotidiano. Come anticipare questa possibile sparizione, congela un’ultima bellezza, la bellezza del paesaggio.
L’ atteggiamento è di chi fissa lo sguardo e registra per testimoniare, ma non c’ è sola rilevazione dei luoghi e restituzione, bensì una figurazione che esalta l’assoluto, per paura che non rimanga traccia forte, memoria netta del pensiero dell’uomo e di come si è materializzato. «Le cose animate, vissute, le cose che ci conoscono si avviano al tramonto e non possono essere più sostituite.[…]Pesa su di noi la responsabilità di conservarne il ricordo»2.
Non incline allo sguardo del vedere un paesaggio come fosse la prima e l’ultima volta3 di Luigi Ghirri, per la scelta di un bianco e nero “artistico” in risposta all’idea del colore considerato troppo aderente alla realtà, per una composizione più strutturata dell’immagine e la ricerca della luce intensa, soprattutto per altri fini contenutistici; Canonici sente più vicini autori come Mimmo Jodice piuttosto che Herbert List, oppure Gabriele Basilico se si considera rispetto l’organizzazione dello spazio nelle sue inquadrature. Sono maestri scoperti in seguito e tuttora studiati, perché il suo primo approccio alla fotografia è istintivo e amatoriale, nell’accezione più genuina del termine. I suoi iniziali e immediati riferimenti sono la pittura e la scultura fino all’arte antica. L’ autore tende consapevolmente alla bellezza, per lui è sinonimo di coscienza; rispetto ai luoghi che abita ed esplora ha significato come valore estetico di mediazione necessaria per rappresentare il mondo e la natura, senza paura della retorica della loro contemplazione.
Altro termine, paesaggio, è ricerca d’armonia, è comporre quella scena prima annunciata, ben delineata dallo sguardo appassionato dello scenografo/fotografo. «Paesaggio è natura che si rivela esteticamente a chi la osserva e la contempla con sentimento: né i campi dinanzi alla città né il torrente come “confine”, “strada mercantile” e “ostacolo per costruire ponti”»4 sono, in quanto tali, “paesaggio”.
Il territorio che qui vediamo rappresentato, sia artistico che economico, organizzato dalla politica, dalle amministrazioni locali e in continuo mutamento, questo territorio che si è così composto, è messo in relazione alla propria concezione del bello. Si parte da uno dei valori primari e fondativi della fotografia, quello di documento, per arrivare alla formulazione di una ricerca espressiva: il soggetto diventa tramite per manifestare un’idea estetica dell’esterno, dell’arte e della vita artistica personale. «Dove finisce l’ambiente e dove comincio io, e anzi come posso cominciare senza essere in qualche luogo, coinvolto intimamente e nutrito della natura del mondo?»5.
Canonici è partecipe in prima persona dei luoghi che ha attraversato per fotografarli, cercando un tempo che non c’ è, cercandolo in una classicità a-temporale. L’idea di “senza tempo” del titolo, voler rendere tutto imperturbabile agli eventi, non storico, è anche per l’immaginare un mondo ideale e poterlo ricostruire nelle inquadrature fotografiche rigorose e d’impostazione pittorica, nel non-tempo dell’immagine fissa. La sua è un’ esperienza sensoriale e introspettiva; scrive l’autore sul proprio lavoro: «percorrere queste zone è stato entusiasmante anche per me che ne conoscevo già le peculiarità. Come quegli artisti, che vagavano anticamente nelle campagne toscane portando con sé fogli o taccuini sui quali appuntare immagini e pensieri, attraverso la macchina fotografica ho rivissuto la meraviglia e la suggestione che questi luoghi evocano ancora»6.
La fotografia che attua Canonici è ancora una pratica meticolosa, di messa a punto e aggiustamento, pare un gesto anacronistico rispetto alla contemporaneità degli “scatti” veloci e condivisi in tempo reale. In queste immagini digitali ma di pensiero ottico/analogico, di un bianco e nero materico, il dibattito in corso sulla contemporaneità del linguaggio fotografico, la “questione” analogico/digitale, rimane in sottofondo. Per l’autore conta l’osservazione, l’attento sguardo, poi l’elaborazione delle cose viste e restituite in ordine. In poche parole: fare fotografie; e l’evidente semplificazione vuole rafforzarne il valore come attività conoscitiva del mondo e del proprio io.
È la conferma della necessaria aderenza dei linguaggi alla soggettività, alla franchezza di se stessi per trovare i principi più adatti per esprimersi. Non c’ è tendenza o tecnologia da seguire, ma solo la propria strada. A Canonici, infatti, piace viaggiare e fotografare, un testimone, ancora, della distanza fra i luoghi e la possibilità della fotografia di renderli vicini, tangibili, esperibili. È una cura personale guardare il mondo e cercare di armonizzarlo, è armonizzare se stessi, è guardare e vedersi allo stesso tempo. Lo sguardo è un continuo fra direzione ed espressione, spazio e stato d’animo, non c’ è un dentro e un fuori separati, la scena è là ma ne facciamo parte, è illusorio essere qui e là, è sempre un intorno a noi.
Per dirla con Hillman: Noi siamo in ciò che ci circonda. «La cura dell’interno richiede attenzione per l’esterno[…]. E se fosse stato operato un taglio tra la stanza e la strada, tra la casa e la comunità, la risposta è: niente tagli. L’interiore è dovunque: dovunque guardiamo e ascoltiamo»7.
Guardare, ascoltare, sono termini cari alla fotografia italiana di paesaggio, cardini sui quali si sono fondate molte delle esperienze di ricerca degli anni ’80 fino ai giorni nostri.
Luca Canonici non ha potuto condividerne le istanze che le qualificavano, per il periodo in cui si pone in cammino rispetto a quegli anni e per le proprie finalità, quasi del tutto contrapposte all’idea di non bellezza che allora e ancora si concentra sul periferico rispetto alle vedute del paesaggio italiano del Grand Tour. Istintivamente, però, ne ha colto lo “sguardo” come valore di pensiero, come lento osservare e guardarsi attorno, nitidezza e disposizione.
Perché la bellezza non è affatto ostentazione se, verso l’esterno, è l’armonia di sapere come organizzare il visibile e, verso l’interno, è dare significazione a noi stessi compresi nel tutto.


Marco Signorini








1 I. de Loyola, Esercizi spirituali, SE, Milano 1998.
2 R. M. Rielke, Briefe, Guerini e Associati, 1994.
3 L. Ghirri, Niente di antico sotto il sole, SEI, Torino 1997.
4 T. S. Eliot, The Dry Salvage, in Quattro quartetti, Garzanti, Milano 1979.
5 J. Hillman, Il codice dell’anima, Rizzoli, Milano 2004.
6 L. Canonici, note su Armonie senza tempo.
7 J. Hillman, Politica della bellezza, Moretti & Vitali, Bergamo 2002.

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